Emozioni- parte prima.
robi | 20 Maggio, 2008 11:11
I Bijagò, nell'arcipelago al largo della Guinea Bissau, ritengono che un essere umano non sia tale fino al momento in cui non ha sviluppato i n'atribà ovvero tutto ciò che riguarda la sua sfera psichica a partire dai pensieri fino alle emozioni: per questo Chiara Pussetti, che ha fatto ricerca sul campo fra di loro, sceglie di tradurre n'atribà con pensiero/sentimento. La persona è costituita dal corpo e dal principio vitale strettamente legati fra loro ed è su tale unità che i n'atribà intervengono segnando l'individuo e rendendolo completo: la porosità del corpo lo rende aperto ad essere penetrato e modellato dall'esperienza. I n'atribà, infatti, non sono innati nell'individuo ma si formano nelle relazioni sociali, in particolare, attraverso i consigli degli anziani che arriveranno a modellare, contenere, e costruire le modalità di espressione e l'estetica dei pensieri/sentimento: i Bijagò sono educati al pensiero/sentimento attraverso un lavoro normativo che costruisce comportamenti emotivi socialmente appropriati e ne esclude altri come antisociali. I Bijagò sanno infatti che i n'atribà sono come il fuoco: necessari per vivere ma, se non opportunamente controllati, devastanti per il singolo come per la collettività. I sentimenti vanno dunque tenuti sotto controllo, moderati, resi innoqui annullando il loro potenziale eversivo. Particolari canali espressivi codificati socialmente lasciano spazio all'espressione di sentimenti che sono considerati pericolosi per il controllo e il mantenimento dell'ordine sociale: il canto, la danza, la poesia offrono la possibilità di esprimere socialmente sentimenti come il dolore, il desiderio, la paura, che più di altri sentimenti, possono arrivare a fare male, incidere in profondità il corpo, provocarne malattia e morte. Le emozioni, lontano dall'essere spontaneamente già presenti nell'uomo, sono dunque soggette ad un addestramento sociale: oggetto di apprendimento esplicito (i consigli educativi degli anziani) ed implicito (osservare, udire: essere immersi nelle relazioni sociali).
Il confronto con le nostre categorie è inevitabile: il corpo non è concepito come la parte fisica dell'essere umano in contrapposizione all'anima o alla psiche che, da un lato, costituisce la nostra sostanza come esseri umani e, dall'altro, la nostra particolarità come individui. Nel corpo trovano luogo sentimenti, emozioni, pensieri tanto quanto qualunque altro processo fisiologico e questo è possibile perchè il corpo è poroso, aperto, penetrabile, modificabile: la malattia è spesso ricondotta a pensieri/sentimento pericolosi perchè, senza essere adeguatamente moderati, diventano ricorrenti in modo ossessivo e lasciano segni sul corpo proprio o altrui. Non è presente nemmeno la dicotomia emotività- razionalità, in cui la seconda diventa tratto distintivo dell'uomo: i sentimenti non sono dissociati per i Bijagò dal pensare, sono entrambe capacità che vengono apprese insieme e che rendono tale l'essere umano distinguendolo dall'animale. Infine le emozioni sono frutto di una costruzione sociale, di un apprendimento che le distribuisce come appropriate o inappropriate secondo il diverso status dell'individuo: età, genere, posizione sociale. Le emozioni non sono innate, istintive, neutrali nè pure: sono legate al potere, alla gerarchia sociale, all'organizzazione sociale, alla concezione del sè e alle relazioni sociali.
Sento odore di tesi :)
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Della miseria di certe presunte aperture.
robi | 18 Maggio, 2008 22:30Ho rivisto alla manifestazione di sabato a Verona un sacco di amici che non vedevo da mesi. Qualcuno da anni: come P. un amico anarchico che da almeno 3 anni aveva lasciato Venezia per altri luoghi. Mi ha fatto piacere, inizialmente. Però, dopo 5 minuti di aggiornamenti reciproci mi chiede se mi ero legata a qualche gruppo politico in particolare. Rispondo: negli ultimi anni mi sono avvicinata al femminismo. Replica sua: oh dio, ma non va più di moda sai. Proiezione mia: gomitata in faccia. Invece: risata, già perchè invece l'anarchismo va proprio sulla cresta dell'onda... Tra le altre cose stava per partire per il suo annuale ritiro di lavoro stagionale in alta montagna con mucche e altre mucche. Poprio di gran moda. A seguire sconfortante scambio di battute pieno di luoghi comuni dal siamo tutti uguali, a far così (così come, porco cane? Mi hai chiesto qualcosa di quello che facciamo?!) create voi separazione, è meglio la pluralità, la violenza, lo sfruttamento sono problemi collettivi (si però un gruppo di operai, migranti, studenti che si riuniscono fra loro fastidio non ti danno), se sei femminista pratichi sempre e comunque il separatismo e mi aspettavo, ma è mancato, che mi chiedesse se ero diventata lesbica e mi volevo far crescere i baffi. Per finire: ti spedirò un libretto che conosco (mmmm...): Delle miserie del femminismo. Non riesco a trattenere una risata ripensando ad un altro nostro scontro sulle terapie psicologiche e un altro famoso libretto che mi aveva passato. Chiedo: che risale all'anno...? 1970. Ah, bene. Immagino che se gli parlo di gender, queer, lgbt, pensiero della differenza, judith butler o altro facciamo notte ad aggiornarci ed io avevo ormai le ultime risorse di dialettica- peraltro già scarse in partenza- affossate da qualche parte in mezzo allo stomaco. Per cui accolgo il suo tentativo di neutralizzare in modo simpatico lo scazzo, cambiamo discorso e iniziamo a rallegrarci per esserci liberati finalmente da Venezia. Su questo fronte ho raramente disaccordi; sull'altro praticamente ogni volta che parlo con qualcuno che non sia dentro la questione incontro scazzo, diffidenza, ostilità, chiusura, senso di minaccia. Ma che ve lo dico a fare, lo sapete benissimo anche voi com'è, avevo giusto voglia di condividere l'ennesimo nodo che mi si blocca in gola quando succede che devo scegliere se, avvicinadomi a certi argomeni di conversazione con molti, sorvolare-nascondermi- oppure passare la mezz'ora seguente a sentire battutine e dare giustificazioni. Il fantasma della femminista lesbica per scelta che gira di notte a evirare maschi per passione e che si fa cresciere i baffi per invidia ha ancora un forte successo di immaginario fra i nostri giovani (nemmeno tanto) "compagni". E che ci vogliamo fare, lo proviamo ad invitare al prossimo incontro di femministe e vediamo che mi risponde? Un'idea già ce l'ho...
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a robi
robi | 15 Maggio, 2008 12:11
Ode all'amica virtuale che più di altre sento in tempo reale
Che mi costringe alla riflessione anche quando tarda l'azione
Che vedo al pc con la sua amica rosi a dire a tutte - ma che! siete sotto ipnosi?
E che ci lancia una ciabatta per non diventare completamente matta!
Fare il sugo per la pasta può essere estremamente creativo!
luci
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Bella? Brava? Perfetta?
robi | 15 Maggio, 2008 11:10
"Brava? Bella? Perfetta?" Eccomi qua, mi vuoi controllata? Vuoi che
controlli le mie debolezze? Le mie pulsioni? I miei desideri? Allora ecco,
senza ipocrisie, questa è tua figlia (la tua ragazza, tua sorella, la tua
amica...) che si lascia morire di fame, alla ricerca di un'ascetica
perfezione del corpo e dello spirito. E poi non dire che non è questo che mi
stavi chiedendo. Comunque ora lo chiedo io. Io mi impongo, io decido, io mi
controllo".
Controllo, autocontrollo, libertà. (dice Silvia)
"Io mi impongo, io decido, io mi controllo"... m'impongo decidendo di controllarmi, m'impongo su di te, uomo o donna che cerca di plasmarmi secondo la sua immagine, e m'impongo su di me, mi costringo, mi controllo... mi lascio morire di fame.
è una libertà l'autocontrollo? è possibile liberarmi dallo sguardo dell'altro opponendomi a questo sguardo? o è una libertà coatta?
Cosa c'è alle spalle e dentro questo feroce rifiuto che mi costringe a consumarmi? a svuotare lo stomaco per sentirmi viva?
"Questa è tua figlia che si lascia morire di fame... E poi non dire che non è questo che mi stavi chiedendo... Ora lo chiedo io"
M'immagino gli occhi iniettati di sangue di questo fascio di nervi
un solco fra le ciglia e due labbra sarcastiche sputare -
"E poi non dire" ...che non mi hai mai piantato un coltello fra i reni
cerco solo di renderlo visibile, di renderlo reale perchè tutti vedano
perchè tu veda
la ferita che solo potevo sentire
che non potevo vedere, fra i reni
"ora lo chiedo io", ora prendo in mano io il controllo ora prendo in mano il coltello
e mi pugnalo, mi tagliuzzo mi sfregio
perchè non voglio vivere in questo corpo in cui hai impresso il tuo nome
non voglio vivere in questo corpo esposto fragile aperto
alle tue mani.
Realizzo la morte a cui nessuno credeva.
Quando mi controllo mi proteggo?
E se mangiassi, se accettassi di esserci, come potrei proteggermi?
é possibile di fronte ad un bivio trovare una terza via? Non fermarmi mettendomi una mano sugli occhi, non interiorizzare la norma ma nemmeno vivere (o morire) oponendomi ad essa? Non è una domanda retorica.
luci
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documentario
robi | 15 Maggio, 2008 11:05
Qualche giorno fa ho visto a Padova un documentario sul cambiamento di sesso in Iran - Rooz-e-tavalod (Il compleanno) di Daisy Mohr e Negin Kianfar. C'è un punto che in particolare mi ha colpito e che non riuscivo a capire, data anche la scarsa conoscenza che ho di di questo Paese (...e forse anche della transessualità): com'è possibile che per gli omosessuali ci sia la pena di morte mentre il cambiamento di sesso non fa problema? Ovviamente l'opinione pubblica non è poi così aperta verso i transessuali ma resta il fatto che a livello legale è possibile operarsi così come cambiare il certificato di nascita nel tempo record di due settimane.
???
Tra una cosa e l'altra ho pensato che forse per una persona rigidamente eterosessuale, nel senso di una persona che vede nel rapporto eterosessuale l'unica possibilità ammissibile per sè e per gli altri, è più facile pensare ad una MtF o un FtM che non ad un uomo o una donna omosessuali. é più facile com'è facile dire - se ti piaccono le donne sei un uomo o DEVI esserlo (e viceversa) - ma mi sembrava talmente facile ...che non c'ho creduto!!
Poi ieri sera incontro un'amica iraniana e le racconto le mie perplessità. La risposta - Durante la rivoluzione culturale, un certo xxx ha proposto il cambio di sesso proprio per risolvere il problema dell'omosessualità.
Ho dovuto crederci.
Ma mi rimane un altro dubbio: per un omosessuale è preferibile il cambio di sesso forzato o la pena di morte?
Altre questioni... che non riesco bene a comporre:
Ho letto sul sito di presentazione della rassegna cinematografica: "Perchè un uomo libero dovrebbe decidere di diventare donna non-libera costretta a vivere velata?" ma al contempo la protagonista MtF sosteneva che il velo, soprattutto per una transessuale, è una protezione.
Data la domanda proposta, mi chiedo: ma qualcuno forse pensa che un uomo vuole diventare donna per vivere una condizione migliore a livello sociale?!? Non sono altre le ragioni?
In più: che una donna (che sia o meno transessuale) si senta protetta dietro un velo, cosa nasconde? cosa nasconde il velo? la dignità della donna o l'impulso allo stupro?
luci
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